Elisei – Enzensberger /Berardinelli – Errico – Fava – Ferrante – Ferri – Finelli – Filippelli – G. Fiore – P. Fiore – Forbus – Forte – Frasca – Formia (in giallo)

[488] Mario Elisei, Il no disperato, Liberilibri

Elisei

Stavolta è la ricorrenza dei duecento anni dalla nascita de “L’Infinito” a ridare slancio alle pubblicazioni leopardiane (qualora mai l’avessero perduto!) – e in questo ambito si colloca pure il saggio di Mario Elisei, breve ma corredato di ampia documentazione antologica, dal titolo inquietante e incisivo: Il no disperato, che la pregevole etichetta Liberilibri edita in bella veste. Elisei è attivo collaboratore del Centro Leopardi di Recanati e non è nuovo, anzi, delle cose leopardiane è frequentatore assiduo (cinque anni fa Il mio amico Leopardi, sui luoghi resi immortali dalle sue poesie). Qui traccia una via di lettura del pessimismo, attraverso una rapida e decisa consultazione dell’opera poetica e del pensiero filosofico dell’infelice Giacomo poco più che ventenne. Nella postfazione di Ignacio Carbajosa si afferma – e si può porre a involontario esergo di questo libro – che “il genio poetico è colui che riesce a esprimere il sentire di ognuno con parole ineffabili”: ecco appunto “L’Infinito”, un pensiero privato che sfonda l’indifferenza e proietta l’animo umano oltre la siepe dell’inconoscibile. Per integrare il percorso della sua ricerca esposto nel saggio, già ricco per abbondanza di citazioni, Elisei completa Il no disperato con un’appendice che comprende il “Canto notturno di un pastore” e altre poesie e i Dialoghi “di Tristano” e “della natura e di un’anima”. Il cammino filosofico leopardiano è essenzialmente ispirato dal rifiuto del piacere e dalla conseguente ricerca di un compenso alla sofferenza. La ragione ci inganna – è la triste convinzione –: grande è soltanto chi segue un’illusione e per lei si batte (illusione ovviamente nel senso di ideale coltivato e vissuto con impegno). Molto attento alla filosofia settecentesca del sensismo (Condillac) e dell’empirismo (Locke), “Leopardi riduce l’esperienza al solo sentire e costruisce una sua ipotesi: la negazione disperata del senso del reale”. Arrivando a definire “la noia… il più sublime dei sentimenti umani” – beninteso, sottolinea Elisei, la noia che annulla il desiderio. Poiché, tra i fattori del pessimismo, c’è appunto la teoria del desiderio, come rilevato in due fondamentali capitoli di questo “disperato” cammino leopardiano. Non si finirà mai di scrivere – anniversari a parte, per quanto utili a rinfrescarne la memoria – di Leopardi e della sua poesia “filosofica” (indimenticabile un titolo di qualche anno fa: Il pensiero poetante); ma non è colpa di chi scrive, di chi sente ancora e ancora sentirà l’esigenza di confrontarsi con il più grande “fuori scuola” della nostra letteratura, che proprio perciò è suscettibile di essere letto comunque lo si intenda giudicare. Ma rimanendo libero da ogni categoria [2019].

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H. M. Enzensberger – M. Berardinelli, Che noia la poesia, Einaudi

…e invece no! viene subito da dire, leggendo questo “pronto soccorso per lettori stressati” (come recita il sottotitolo di Che noia è la poesia) di H. M. Enzensberger e A. Berardinelli. E si può citare subito dal libro, a caso: “nella poesia sembra che si sprigioni una forza selvaggia”… una forza catartica in grado di curare davvero non solo ogni male, ma in primis quella noia alla quale (ma è forse una litote?) si fa riferimento nel titolo. Con il supporto di decine e decine di citazioni – stampate vezzosamente in rosso – si parla affabilmente di tecnica e di cuore, si scava nelle varie forme e si fanno affiorare i sentimenti. Anche se a un certo punto emerge una paurosa affermazione (a proposito di Pound) che rischia di far passare la voglia… “non ho scritto la mia straordinaria poesia per persone ignoranti come voi”. A volte, infatti, i poeti presumono troppo e peccano di solipsismo fulminante. Ma è pur vero – e in questo libro lo si ripete spesso – che la poesia deve parlare ai lettori con le loro parole, cioè come loro riescono a percepirne il messaggio, non secondo quello che l’autore stesso pensava o cercava di trasmettere (che rimane comunque il suo, rispettabile ma remoto). Che noia la poesia è nettamente diviso in due parti: la prima (“Pronto soccorso”) è un adattamento da Lyrick nervt! di Enzensberger; la seconda (“Si può studiare la poesia?”) è di Berardinelli. Caratteristiche comuni ovviamente ci sono – il libro è compatto: entrambi gli autori, per esempio, insistono sul carattere di gioco che ha, che deve avere la poesia, anche quando comunica qualcosa, ed entrambi ritengono la scuola responsabile prima dei guasti (antipatia e/o rifiuto) nei confronti della poesia): a scuola sì, che si finisce per dire “che noia!” se si pretende dai giovani inesperti di chiarire l’inesprimibile (quando proprio ai giovani si dovrebbe far comprendere quanta libertà di segni c’è nel linguaggio poetico, che ad essi in particolare potrebbe offrire chiavi di interpretazione della propria esistenza).

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Giuseppe Errico, O munaciello, Gallina

Errico

È lo stesso “munaciello” ad affermare – nel presentare a sua firma questo libro a lui dedicato – che preferisce “essere ancorato al sud e alle sue tradizioni popolari ancora esistenti”. Che sia lui a parlare è un (simpatico) vezzo dell’autore, Giuseppe Errico; ma perché – se la figura del “munaciello” è da ritenersi radicata nelle “culture dialettali” del nostro sud – Errico ha sentito il bisogno di fare tante ricerche (fruttuose!) e trovare tante corrispondenze, in verità sorprendenti? La passione per l’argomento anima certamente l’autore di O munaciello (“magie, capricci e sortilegi di uno spiritello napoletano” – dice il sottotitolo): storie vere, o almeno passate per tali, e dicerie di ambigua veridicità, leggende nordiche perfino e scongiuri di tipica marca mediterranea; c’è tutto quello che ci si potrebbe aspettare. Ma, alla fine, chi è questo misterioso essere? Appunto, un essere misterioso che appare solo quando vuole e si presenta solo a chi gli sta simpatico (oppure a chi vuol prendere in giro) – e rimane nascosto nel suo rifugio virtuale costruito di impalpabili fantasie (ma quanto concrete se riescono a manifestarsi in forma di accidenti quotidiani, e più o meno inspiegabili incidenti che accadono all’incauta malcapitata vittima dei suoi scherzi, non sempre leggeri). Errico è psicologo e psicoterapeuta: sa bene quanto sia facile costruirsi e proiettarsi “monacelli” di emergenza per le situazioni che non si sa come risolvere, a volte nemmeno affrontare. Quell’essere inafferrabile, che procura guai soprattutto ma pure qualche gioia inattesa, è dunque soltanto frutto del nostro bisogno di sicurezza? A volte, però, c’è chi è pronto a giurarlo, “O munaciello” davvero si è presentato per offrire i suoi servigi, eterno spirito della lampada… A chi credere? Leggendo il libro di Giuseppe Errico si rimane con forti dubbi – il che probabilmente è lo scopo dell’autore, napoletano e quindi (absit iniuria verbis, ma facendo i debiti scongiuri) un po’ munaciello anche lui… Da leggere per credere, almeno per riflettere, ed essere pronti all’incontro, magari capitasse.

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Vincenza Fava, Deserti di mare, aa

Il libro di Vincenza Fava merita di essere letto, per qualche sorpresa che regala e per altri doni che lascia scorgere: è difficile giudicare un autore da un libro soltanto, ma questi Deserti di mare fanno venire almeno la voglia di saperne di più, dell’autrice, del suo lavoro (peraltro, la sua scheda biobibliografica appare piuttosto interessante, poliedrica negli interessi artistici). Nelle 86 composizioni di questa silloge (la prossima volta, con solo due pagine in più conviene mettere l’indice), Vincenza Fava si mette a nudo – come generalmente si dice di un poeta che presenta squarci riconoscibili della sua vita, del suo pensiero, del suo fare poesia – e schiude insieme orizzonti all’esistere, in cui cercare un altro sé, con il quale misurarsi e confessarsi. Un libro di poesie è un po’ come un giallo, un intrigo nel quale farsi coinvolgere per scoprire come va a finire, un percorso ad ostacoli da superare per dirsi bravo, alla fine, per aver risolto un mistero. Stiamo ricordando il ’63, quest’anno, intendo il “Gruppo”, quello di Porta e Pagliarani e Balestrini… “vogliamo tutto”, dicevano, e proponevano un modo nuovo di fare ed essere poesia. Dopo cinquant’anni, stiamo ancora a domandarci se è servito a qualcosa. Cent’anni fa, mentre i futuristi uccidevano il chiaro di luna, Saba esortava a scrivere “la poesia onesta”. Insomma, che deve fare il poeta per fare il poeta? Per “costruire quotidiana una missione” (questa è una autocitazione), cioè la sua vita che diventa – nella sua poesia – la vita degli altri… Continuiamo a chiederci, e meno male che lo facciamo, sempre che lo facciamo onestamente, qual è il ruolo del poeta, eccetera. Perché Vincenza Fava ci costringe a leggere le sue intime divagazioni e ci costringe a riconoscerci in quelle parole, che – riflettiamo bene – potrebbero davvero essere le nostre? Così torniamo al libro, a questi Deserti di mare… Ma torniamoci onestamente, per dire che in quelle pagine così scarne (poiché molto spesso i testi sono brevi o brevissimi, quasi aforistiche affermazioni di principio, riflessioni sintetiche oppure haiku descrittivi), in queste che a volte sono laceranti confidenze di un’anima inquieta, a volte sorridenti inviti a godere la vita, si trova, si legge, si vive un percorso esistenziale tormentato, un cammino di ricerca, una struggente volontà di trovarsi… “Mi resta l’inganno del tempo / e il traguardo della fine” E il libro si poteva chiudere qui – le altre cose che seguono hanno peso minore, segnano con minore incisività, rispetto a questo piccolo manifesto di poetica, che è un’esplicita dichiarazione d’amore alla poesia (la chiave) e insieme una confessione di abbandono che pure nutre l’ovvia disposizione d’animo (la molla) che fa di un artista un artista. Là dove un sentimento privato (“chiusa stanza”, “dominio del silenzio”) diventa, viene donato come la possibilità di un’apertura che faccia passare – in un “abbraccio di avidi indugi” – “la certezza dei sogni”, che si faccia quindi per tutti lievissima “piuma” e “certezza” di consolazione. Che altro? Cosa chiedere al poeta… Ma ci sono anche altre cose da notare, certo, ci sono convincenti giochi linguistici e lessicali, occorrenze e ricorrenze significative: in testi contigui si colgono a volte parole ripetute (come le pietruzze che Pollicino lasciava nel bosco), a creare una trama di riferimenti, una specie di percorso guidato – la luna e la carne, per esempio; la luna sta lì a colorare della sua pallida luce le notti in cui la carne vorrebbe risposte non banali alle domande di sempre. E c’è l’indifferenza della gente, e del cielo, all’urlo “Chi sono?” che da sempre tormenta la mente di chi pensa di non essere solo, che essere soli è brutto, pericoloso, inutile. Mille volte desisto / mille volte riparto / mille volte mi fermo… / Oh splendido desiderio di rimanere sospesa  / e non attendere invano le ore del tempo!

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Beppe Fenoglio, Epigrammi, Einaudi

“Che ingravidato un maschio si rimanga,/ Questo potresti credere, Vitruvio,/ Ma non che per codesti epigrammucci/ Mi paga, anche se poco, l’editore”… Ecco l’arguto spirito di Fenoglio scherzare su se stesso e la sua vena epigrammatica, sottilissimo esercizio metapoetico a dire quanta e quanto sottile ironia animasse (e tendesse) le sue corde. Gli Epigrammi di Beppe Fenoglio escono per la prima volta in un volume autonomo, per la cura di Gabriele Pedullà, e ne valeva la pena: conoscere questo lato poco noto dell’autore famoso del partigiano Johnny è davvero una stimolante iniezione di benessere intellettuale. Ci si deve far guidare dalla direzione dei suoi strali, e si traguarda in vetta, si arriva al pieno possesso (alla condivisione) del suo sorriso, amaro ma pure genuino, letterario ma insieme diretto – un attacco all’apparenza e alla forma dell’apparenza. “Stufo d’epigrammare, d’aggredire/ I vizi soli, non mai le persone,/ Mi sono ubriacato e poi a Papio/ Sul naso un pugno ho dato in pieno foro” – e diamine, se ci vuole, ci vuole! Ed è giusto che sia così: basta con le chiacchiere, a volte: è necessario agire. Ma già l’epigramma è azione, è poesia sintetica che fa da esca o spoletta: basta accendere e scoppia la bomba. Qui la vena sociale di Fenoglio emerge viva e vulcanica, e colpisce a destra e a manca, a più non posso, metaforicamente e non solo. Un libretto che è un piccolo libro d’ore, da sfogliare e centellinare per (ri)trovare lo slancio ad assestare alla vita qualche cazzotto ogni tanto: non fa male, a noi, darne qualcuno – né a lei riceverlo: ci restituirà la forza di una vitalità più fresca, che nessun viagra potrebbe assicurarci. “Hai, dicono, la bocca come il culo,/ Ma di culo sei stitico, talvolta.” Debitori di stile e di lessico, e saccheggiatori di nomi finti, nei confronti della poesia classica alla quale sono pure un omaggio indiretto, ma senz’altro sentito e dovuto, questi 144 epigrammi di Fenoglio vanno letti oggi come un vademecum esistenziale, una guida ai vizi e alle debolezze di tutti quelli che conosciamo – ci aiuteranno almeno a sopportarli meglio, se non a comprenderli o giustificarli.

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Marilena Ferrante, Quel che avrei potuto dirti, Volturnia

È un libro di poesie di una donna che si guarda intorno ma soprattutto guarda in se stessa e mette a fuoco la sua scaletta esistenziale, il tormento del cuore – dice –, gradino per gradino (e sembra che abbia inciampato su qualche gradino, per dir così – ma forse proprio per questo le sue poesie sono poesia, perché non sono soltanto le sue manifestazioni di vita, le testimonianze di quel che le è successo, e di come questo l’abbia segnata, ma c’è l’indeterminatezza che rende le sue parole, il suo discorso allo specchio, la sua confessione, un altro specchio, nel quale altri potrà leggere le proprie parole non dette, non ancora dette o appena pensate – questa è la poesia). Ci sono testi che da soli valgono il libro e meriterebbero di essere citati integralmente: “Parole”, “E giungo a te”, “La lettera”: “ci sarò solo se tu ci sarai”, si augura l’autrice… dove? Nella vita, al mondo, in poesia – cercando un’anima, un posto ubi consistere, un senso all’esistenza… La posizione dell’autrice di Quel che avrei potuto dirti (e che intanto – per fortuna – ci dice!) è chiaramente evidente nel suo porsi come compagna di ricerca, nella ricerca continua che è il nostro viaggio esistenziale.Il desiderio di apparire com’è, di mostrarsi nella sua schietta natura di donna curiosa e sofferente, le fa dire anche quel che probabilmente sarebbe più opportuno tener dentro (almeno filtrarlo, in modo da non esporsi direttamente al rischio della confidenza) – ma questa poetessa ancora in cerca di una dimensione pubblica sembra decisa a proporsi nella sua interezza di umana creatura prima ancora che nella costruzione lirica di un poeta da libro. I ricordi e le emozioni, l’emozione del ricordo, il ricordo/emozione che diventa poesia: procede così, spesso, il discorso creativo di Marilena Ferrante. E chi ricorda si salva – scrive – e allora è la poesia che ci salva. Siccome qualcuno disse che “la scrittura è la medicina del vivere”, se è una medicina, la poesia – che è la forma più intima dello scrivere – è quotidiana pillola di vita. Fa bene praticarla, dunque, a chi la fa e a chi la usa, e Marilena la usa mentre la fa, per cercare di stare meglio, per superare momenti non belli, per avere tregua nel giorno faticoso. “I ricordi e le emozioni hanno sempre salvato il mondo” (in “Rimembranza”). La poesia “salva sempre dalla fatica del vivere” (“Note di colore”); bisogna soltanto disporsi (chi la scrive e chi la legge) a darsi con fiducia alla parola poetica. Del resto, “solo chi dà, è destinato a ricevere” (“Incontro”).

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Marilena Ferrante Un passo dal cuore Volturnia

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Medicina del vivere, la scrittura – lo diceva il vecchio Svevo, questo -: significa anche medicina per i sentimenti, e quindi ecco che la poesia diventa una cura omeopatica per cuori solitari. E non è comunque una facile scappatoia: scrivere, si sa, quando s’intende farlo per lasciare tracce che ad altri sembrino leggibili, di strade che ad altri riescano percorribili, è spesso di per sé un arduo cammino. Nelle pieghe del cuore di Marilena si dovrebbe entrare con cautela, ma sicuri di trovarvi calore e poesia – per lei, si potrebbe dire, la poesia è calore di cuore, senza paura nemmeno di osare l’antica (e ormai quasi aborrita) rima cuore/amore… Non ha paura di esporre i suoi sentimenti – anche se a volte sono frustrati dalle occasioni perdute o dai fallimenti più o meno sofferti – e mette a nudo il suo cuore (come pure si diceva quando già sembrava che non si dovesse più farlo), e si offre a pericolosi giudizi – non sempre il lettore vuole farsi complice. Ma l’amore qui è “coltre di speranza”, “luminosa notte” e “passione furente”, ed è “dolce profumo” e “fame di te”… qui si coniuga quello spirituale insieme a quello della carne, si sogna un incontro ideale ma si desidera un contatto reale; i sensi sono coinvolti in un gioco sottile che nella mente crea slanci e abbandoni. È un libro fisico perché l’amore è l’incontro di anime vestite di un corpo e – come dice Marilena – Tu amore, eros, passione, disegni i sentieri e perlustri i luoghi delle carezze che arriveranno all’anima. È quindi l’eros il vertice del viaggio che uomo e donna compiono insieme quando il loro incontro, anche solo per un attimo, li lega, li avvince, li convince. Se ci si mette a contare i lemmi ricorrenti in questo canzoniere d’amore (almeno la sezione centrale del libro è tale e, magari con intonazioni diverse, lo sono in qualche misura anche le altre sezioni, se è amore per l’umanità che fa scrivere certi canti dolorosi), se si va a caccia di ricorrenze, insistenze, frequenze, si trova che i termini del lessico fisico (corpo, braccia, carezze, desiderio…) compaiono molto più spesso di quelli diciamo relativi allo spirito. Pressoché assenti parole come morte, e dolore, segno di una volontà salvifica che attraverso l’espressione poetica sollevi dalle penose vicende che pur ci accadono e ci segnano. In un libro com’è questo di Marilena, va da sé che la parola amore sia la più presente, subito seguita da cuore, anima, vita e – forse non è una sorpresa – notte: la notte è infatti una complice, un’amica fidata: a lei si confidano pene e speranze. “La notte siamo noi sul cuscino delle stelle” (e anche di stelle ce ne sono tante, pronube forse più che testimoni). La misura dei testi è in genere quella breve, compatta, espressiva nell’asciutta dichiarazione di sé, di un pensiero che turba o commuove, nella descrizione calligrafica di un momento vissuto, traslato nella dimensione lirica che ne fa insieme luogo e monumento dell’anima. Pochi tratti bastano a chi sa come dare un ritratto di sé.

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Giustino Ferri, La camminante, Edizioni Eva

Era davvero un atto dovuto la ristampa – a cura di uno dei massimi esponenti della cultura ciociara, Gerardo Vacana – del romanzo più noto, all’epoca, e da tempo fuori dal giro, di Giustino Ferri: La camminante. Nato a Picinisco, studi a Napoli e vita da giornalista mondano a Roma, l’autore ebbe molta fortuna nei suoi tempi, ma visse poco per goderne. La camminante è una storia sorprendente che fa pensare a simili prove coeve, ma pure apre a nuove considerazioni; ed è questo uno dei motivi per cui era necessario riproporlo (iniziando per di più, grazie alla disponibilità delle Edizioni Eva di Amerigo Iannacone, la pubblicazione dell’opera omnia dello scrittore ciociaro). C’è qui, soprattutto nello studio dei personaggi, nelle atmosfere nelle quali muovono i loro passi a volte incauti, spesso indolenti o del tutto sbagliati, e nei modi in cui si rapportano fra di loro e con il loro mondo (è passato un secolo e più: sospesa fuori da un’Italia che fatica a crescere, la Ciociaria periferica del libro è un microcosmo di abitudine e perbenismo di maniera), c’è in questo romanzo denso di riflessioni e descrizioni, nei dialoghi articolati e nei pensieri stessi dei protagonisti e degli attori di contorno, una chiave di lettura che fa velo a Svevo e Pirandello insieme, a Jovine, a Tozzi. Mentre i grandi dell’epoca scrivevano i loro capolavori, insomma, Giustino Ferri – che li leggesse o no importa poco – a sua volta compone un’opera che condensa di quelli le pagine migliori, e ne fa un affresco di inettitudine e conformismo. La camminante andava quindi offerta nuovamente al pubblico più avveduto, perché ne emergano le linee costruttive sapienti e l’assunto finale, che è al tempo stesso paradossalmente e malinconicamente eroico nella rinuncia al nuovo e nella custodia del vecchio. Ma infine andava ristampata un’opera simile, perché godibile ne è la lettura ancora oggi, nell’ariosa scrittura e nell’accorta gestione degli episodi, nella caratterizzazione progressiva dei personaggi in un ambiente che vive di riflesso le loro frustrazioni, l’impotenza a muoversi e il sogno cristallizzato di altre ore mai vissute.

Ferri

Renato Filippelli, Spiritualità, Guida

È bello che sia la figlia Fiammetta (alla quale il padre poeta scrisse toccanti “nuove parole” per la nascita) a consegnarci, a donarci questa piccola intensa silloge postuma di Renato Filippelli (Guida Editore). Spiritualità è un piccolo testamento per la serena accettazione della morte, nostra sorella  nell’accezione francescana, e un’aria mistica sembra aleggiare in tutto il libro, pur se intriso di carne e terra, di palpitante umanità. Nell’apparente banalità della parola “spiritualità”, riferita alla produzione poetica di un uomo eclettico, di un letterato finissimo quale egli fu, c’è invece la sola risposta che spiega la natura dell’estremo omaggio alla poesia. La parola è trasmissione di spirito – ecco la chiave. La vita è un’esperienza “senza confini”, se perdura intatta (e salvifica) quella “corrispondenza di amorosi sensi” che lega e fortifica nel legame coloro che rimangono e quelli che li hanno preceduti nell’ultimo viaggio. Qualche nota ironica, sconfinamenti nel sarcastico, ma il tono generale di questa poesia – che per lo più si manifesta nell’attenzione alla sfera privata – è la pacata riflessione. Non mancano le descrizioni di sapiente acquerello. Il “cercatore di felicità” sa dove cercare e spesso (fino agli “estremi giorni”) trova la sua (minima eppure appagante) felicità. “Sui miei versi consunsi per amore quasi tutta la vita” – dice il poeta con una punta di amaro compiacimento, perché almeno si augura che “il fiore della poesia” rimanga a ricordarlo. Come egli ricorda i cari scomparsi (la madre, il fratello) e ci consegna (non è dato sapere con quanta consapevolezza della fine ormai prossima), ci dona infine l’immagine più sua, che rimanda alle prime prove poetiche, intrise del suo mondo agreste, patriarcale, mai rinnegato in quanto vitale eredità di affetti e di valori. “Ti dico cosa sono: sono un vecchio carretto chiuso nella rimessa con le stanghe all’aria”.

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Renato Filippelli, Dai fatti alle parole,

Dai fatti alle parole è una delle ultime pubblicazioni di Filippelli: è stato uno scrittore totale, che ha dedicato la vita alla parola scritta, non solo scrivendola, ma curandola e raccontandola, promuovendola, insegnandola… Sempre. “Di un solitario utente della felicità”…  è un esempio di come un poeta sia uomo e di come l’uomo faccia il poeta senza smettere di essere uomo. Dai fatti alle parole è un titolo emblema, un manifesto di poetica: per uno che ha esordito e ha continuato sempre con la stessa attenzione alle cose e alla natura, all’uomo… che si è affidato anche al soprannaturale ma ha sempre fatto professione di fede nei valori dell’umanità figlia della terra (Ombre dal Sud), della famiglia e dei suoi affetti più veri (Requiem per il padre). E alla parola ha dato il giusto valore di veicolo dei sentimenti e la ha custodita pertanto pura malgrado il rischio – da studioso e frequentatore delle più diverse forme espressive – di cadere nel cerebrale, nel gratuito sperimentale. Per una certa logica del paradosso, che non gli era estranea, Renato Filippelli è morto a due giorni di distanza da Edoardo Sanguineti, uno di quelli che lui non riusciva a sopportare. “Di un ex montaliano scontento”… è l’esempio alto della consapevolezza storica ma insieme dell’onestà privata di fronte all’oscurità intellettualistica a volte esibita. Infine, le parole “Di un tardivo cultore del silenzio” si rivolgono a Dio: “Tu che sai quasi adempiuta la mia storia, svezzami dalle parole, futile mia gloria; dammi il silenzio che precede e segue la vita, e veste di mistero lene gli approdi all’ultima deriva”. Ora merita che la sua voce non cada nel silenzio.

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Riccardo Finelli, Coi binari fra le nuvole, NEO

Finelli

Una toccante intervista con la storia – un viaggio in Italia per capire come sia possibile lasciar perdere pezzi d’Italia senza soffrirne la perdita. È avvenuto così per la ferrovia Napoli-Pescara, poi Sulmona-Castel di Sangro, poi… niente, soppressa, almeno nei servizi, poiché sta tutto ancora lì, binari e stazioni come avamposti abbandonati dopo una guerra ormai ritenuta inutile da combattere. E così Riccardo Finelli ha deciso di farsela a piedi, la tratta, la traversata da Sulmona a Carpinone, proprio seguendo i binari, nei saliscendi e nelle gallerie della “transiberiana d’Italia” (come è nel sottotitolo di questo irresistibile, imperdibile libro: Coi binari fra le nuvole, NEO Edizioni di Castel di Sangro, primo numero della collana “I Nei”… ed è tutto dire, un vero programma di aggressione giornalistica alla pelle macchiata del nostro bel(?)paese). Il racconto di Finelli è un almanacco del tempo perduto, a ritroso nelle minime vite quotidiane di casellanti, ferrovieri, macchinisti, operai, con le loro famiglie, le case isolate sui monti (il treno fermava apposta al casello per portare le donne al mercato).Ci sono presenze che emergono dal passato e fanno compagnia per qualche ora, dando informazioni tecniche sulla linea, suggerimenti su come percorrerla a piedi, poi tornano nel limbo della non-storia alla quale sono ormai destinati. Il pregio di questo libro, infatti, oltre l’indovinato titolo, e la grafica di copertina (da classico del cinema neorealista), è nello stile, nella lingua che Finelli usa, e usa con ammirevole e deliziosa competenza. È una cronaca, un diario privato – sia pure ad usum… beh, chi vuole, magari vien voglia di andarci a fare una passeggiata, lassù; ma è un diario di quelli che (una volta scoperti e resi pubblici) consentono di aprire una finestra e pure un portone, sul mondo che c’è. Corredato da una mappa disegnata come quella della terra degli hobbit, Coi binari fra le nuvole ci permette di starcene per quattro giorni in giro tra Abruzzo e Molise e sognare tempi nemmeno tanto lontani, quando il treno era l’unica via di penetrazione in territori montani e selvosi, nevosi e gelati – e la lentezza, di cui è stato infine accusato, non era un male, non era percepita come un ostacolo ad incontrarsi.

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Gino Fiore, Dietro la maschera, Edizioni Rari Nantes

Sarebbe d’accordo Pasquale Maffeo (che di Gino Fiore fu onesto mentore, fra i primi) a riconoscere concluso l’iter di forma­zione che – presentando L’alga – augu­rava al poeta farmacista fon­dano, anni fa? In realtà, dalla prima raccolta di versi, pubblicata nel 1986, a questa Die­tro la maschera (che è la terza e mantiene il ritmo trien­nale delle usci­te, Trasparenze, la seconda, essendo ap­parsa nel 1989), il cam­mino è in effetti stato sicuro, e le promesse, perché c’erano, mante­nute. Gino Fiore continua a crescere – e guai se così non fosse, perché davvero in arte chi si ferma è finito – ma il suo tono è ormai media­mente alto, e consapevole è diventato il registro espressivo ad ac­compagnare, sostenere, esaltare quei contenuti che fin dall’inizio si apprezzavano nella sua produzione in versi. Le tematiche alle quali Fiore porge più volentieri l’attenzione sono d’altronde quelle che lo interessano anche come autore di teatro (e attore): l’onestà in­tellet­tuale che lo contraddistingue gli im­pe­direbbe di par­lare di ciò che non conosce o che non lo interessa, nel pur poliedrico suo ap­proccio alle forme artistiche intese come messaggio di comunica­zione so­ciale ol­tre che sentimen­tale. In quest’ultimo libro di versi (ed escono intanto anche le sue commedie, in lingua e in vernacolo fondano) Fiore non riesce a stac­carsi da quella che probabilmente è la sua natura più vera, quella parte di sé che più lo soddisfa, la ma­schera,  cioè la sua vo­cazione al teatro. Fin dal titolo scelto per la raccolta, che è il titolo di uno dei testi meglio cali­brati, il richiamo all’attore, alla scena, è evidente, ma di­venta insieme un simbolo e una metafora del rap­porto con l’esi­stenza. Per convincersene, basta scoprire l’uso dello stilema (dietro la ma­schera)   in un altro testo, “Di memoria in memoria”, in cui ap­punto è indicatore di un comporta­mento, di un’abitudine alla re­cita che, fuori dell’esigenza teatrale, diventa “inutile festino”, fin­zione perpetuata per l’incapacità di rico­noscere la propria modestia. Come riesce al poeta “davanti ad uno specchio”, quando si mette d’istinto a recitare, con la sua bambina in braccio, e si sente da lei confessare che “non im­porta” cosa le faccia ascoltare, perché: “sto senten­do il tuo cuore!” “Non importa”  è infatti la risposta/rivincita del poeta sull’at­tore, e nel te­stimoniarla Fiore offre ancora una prova della sua o­ne­stà di artista. La memoria è un’altra delle componenti essenziali di questo li­bro. Presente in qualche titolo (“Travaso di memo­ria”, “Di memo­ria in memoria”, “Il tuo ricordo”), è soprat­tutto presente in una serie di testi dedicati alla madre (“Ma­dre”:  “Solo il mio grido regge le fila/ di un esercito di pen­sieri/ coniati alla fucina di un tempo”) e ad altre as­senze/presenze comunque avvertite nell’inarrestabile flusso dei ri­cordi che nei momenti di pausa prende l’uomo altri­menti travolto dal­l’esi­stere frenetico: “Tutto è vivo”, “Nel diluvio”, “Quando”. Testi come “Ansia”, “Diciotto anni”, “Pupille”  svilup­pano in­fine il tema del tem­po, del rap­porto con la vita, an­ch’esso fonda­men­tale nella produzione poetica di Gino Fiore; ma lo sviluppano in modo che risultino emblemati­che, più dello stesso tema, certe figure in cui il tempo as­sume valore paradigmatico (il figlio che diventa maggio­renne: “hanno stabilito: da oggi sei uomo”; i “due che si te­nevano per mano/ occhi senza tempo/ semplicemente,/ con la voglia pazza di andare senza meta/ a rovistare nel profondo”).

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Gino Fiore, Sulla fronte degli anni, L’Aperia       

Se basta una sola poesia a rendere importante un libro (“se vi piace un solo verso, un testo è poesia”: dicevo ai miei studenti, un po’ col gusto del paradosso, ma per incitarli almeno a scoprire cogliere gustare un’espressione sentita e convincente), se basta una poesia ben riuscita, in questo libro di Gino Fiore ce n’è più d’una, ce ne sono molte. Scaltrito dall’uso pluridecennale della parola, sulla carta e sulla scena (essendo anche un fecondo artista di teatro), l’autore di Sulla fronte degli anni offre buona prova delle sue abilità linguistiche espressive comunicative. Al sesto libro, in poco più di vent’anni, è inevitabile porsi il problema estetico – non solo privato, non solo retorico – del rapporto con il tempo. In questo libro sono molti gli esempi della riflessione (intima e sociale) sul tempo (“Bianco e nero”, esemplare testo di apertura; “Sogni”, “Un battito di ciglia”…), ma c’è pure il nostro mondo che ne è riflesso terribile, inquietante. Gino Fiore pone domande e propone risposte, come un civile abitante della terra deve fare – è poeta, però, e le domande e le risposte si fanno discorso e messaggio. Così nei testi più riusciti (“Fuga in Egitto” l’esempio migliore), costruiti come una mini sceneggiatura, sorprende la trasfigurazione del reale, come la semplice testimonianza (“Prima pagina”), che ne fissa emblematici episodi. Lo stile di Gino Fiore si caratterizza ormai nel suo colloquiare alto, nella scioltezza che è semplicità solo apparente, ma è consapevole traguardo di scavo e ricerca. La pratica lo aiuta ma certo lo sorregge l’intimo slancio a una purezza di sentimenti che si insieme dettato asciutto e pregnante, icona proiettata sullo schermo dell’esistenza. La vita è sogno, si disse, e il mondo è un gran teatro. “Sulla fronte degli anni” si avvertono le rughe della vita, si legge quindi il peso degli anni, ma la fronte è forte e alta, regge l’urto del tempo che incalza. Il grande attore non invecchia, se adatta alla platea la misura del suo spettacolo: Gino Fiore, davanti agli anni che avanzano, pone fissi paletti insuperabili (per gli altri e per se stesso), per nulla intimorito dall’incombere degli eventi. Nelle parole del poeta, peraltro consolato e rassicurato dalla fede (diversi e profondi sono i richiami), si avverte la ferma volontà – e la certezza di poterci arrivare – di mantenersi dignitosamente uomo, in un mondo che spesso dimentica “che i miracoli esistono” proprio perché l’uomo può agire per conto di Dio: basta ricordare (“È Natale oggi!”) che ”Colui che è nato è dentro voi da sempre”.

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Paolo Fiore, Solo sabbia tranne il nome, Manni

Fiore Paolo

Paolo Fiore è un tipo curioso, e non si accontenta di sapere quello che sa: nemmeno si accontenta di curiosare qua e là – soprattutto negli impervi domini della filosofia (suo studio d’elezione) – ma la sua curiosità vuole che diventi un campo di studio (o di gioco) per i suoi lettori, certo quelli che lo conoscono, e quanti ancora vorranno avvicinarsi a questa sua nuova prova letteraria. Fin dall’inizio il lettore è coinvolto in un turbine di situazioni sensazioni suggestioni, con personaggi che si rincorrono, si trovano, e a volte devono evitarsi; infine non finiscono come ci si aspetterebbe (chi fosse riuscito ad immaginare per proprio conto un finis per un plot così stravagante): alla fine certo non raccontiamo come rimanga aperta questa storia, ma più di un pertugio rimane scoperto e ci si potrebbero infilare soluzioni alternative. Non è un racconto, questo di Paolo Fiore, che si possa accennare, tanto meno riassumere. Va letto, gustato nelle sue cento facce – che sono quelle dei personaggi, maggiori e minori, che vi si incontrano, più o meno ben delineati a seconda del ruolo che hanno nell’evolversi delle vicende (non senza – opportunamente – i necessari silenzi quando svelare troppo smorzerebbe la voglia di sapere “che succede poi”). Ma ci sono cento facce anche perché tante sono le citazioni dai filosofi amati dal nostro autore – non vale la pena nominarli: almeno uno, però, fa d’uopo, ed è Benjamin; ma ci sono i classici come Platone e San Paolo e Spinoza e tanti altri, citati con una frase o più volte richiamati per le loro teorie. Al dottor Fiore fare il medico non basta; si è capito leggendo qualche altro suo libro (molto bello – e questo sì che ha un titolo di rara pregnanza – Fu chiaro appena oltre lo zenith, palestra di conoscenze storiche, stavolta). Gli piace dunque arare e seminare e mettere a frutto i campi del sapere. I risultati lo premiano, per il livello delle sue prove narrative – e pubblicare adesso con Manni è anche questo segno di buon livello diciamo così di visibilità editoriale. Chissà quanto è fortemente voluta la scelta di San Paolo, così tanto presente fra i testimoni del messaggio universale di umanità (“Un gigante, questo Paolo!”), chissà se proprio l’apostolo delle genti – ma non perché si chiama come il nostro dottore – debba essere accolto come il simbolo, con la sua “personalità cosmopolita”, del bisogno di comunicare che affratella l’uomo. Oggi come sempre – o forse più (e chissà che non sia un messaggio subliminale di Solo sabbia tranne il nome) – c’è bisogno di parole dette bene, che rimangano a fare da cerniera favorendo le connessioni, poiché fluida e fugace si è fatta la trama delle nostre relazioni (“liquida”, direbbe qualcuno che Paolo Fiore conosce molto bene). [2017]

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Jason Forbus, Il blu silente, Ali ribelli

Fin dalla icastica sinestesia del titolo – che è pure il titolo di un breve testo dedicato a Gaeta (“è in silenzio che il blu, succo amaro del cielo, inonda le strade e l’osteria solitaria”) – fin dal titolo è un inno al coraggio questo Blu silente di J.R. Forbus (e coraggiosamente, o quanto inconsapevolmente, si firma in copertina con le poco poetiche iniziali che ricordano un odioso personaggio televisivo). Come fa un colore ad essere “silenzioso”, se non perché è l’immagine di un ambiente, di un mondo, e della condizione stessa in cui ci si rapporta con il tutto? La “stagione” più vera di questo piccolo strano libro (suddiviso appunto in sezioni che l’autore chiama “stagioni”) è proprio quella dell’amore. Un amore cantato mentre viene sognato, sognato mentre viene vissuto, vissuto… sì, vissuto e perciò cantato. Qui non c’è astrazione, i sensi sono accarezzati carnalmente dalla carne amata, e la poesia può solo esserne testimone. Qui la parola del poeta è veramente “riga di carne che la carta incide”. Sembra perdersi continuamente il contatto con il reale (paesaggi, cose, corpi cedono subito alle loro immagini, alle sensazioni prodotte, al pensiero che ne scaturisce), ma la tensione umana è forte, costante – l’individuo poeta Forbus sa bene qual è il suo posto nel mondo (anche se si definisce “bardo giramondo”, “l’ultimo bardo”) e gioca con le muse, con l’ispirazione e la natura stessa del suo essere poeta. Così, spericolatamente, cadendo a volte di palo in frasca, il giovane Forbus costruisce il suo cammino di artista men- tre affina il suo carattere di uomo (o viceversa: è ancora uno di quelli che credono nella missione umana dell’arte). Adagiando, come lui dice, queste 35 poesie sul fondo del mare, Jason Forbus le affida all’andare dolce delle onde, quasi messaggi affidati alla bottiglia del destino – “destino di non destino”… prova a chiosare civettuolo, ma sa bene che è tutto segnato: la via della poesia è là, aperta: aspetta chi ha coraggio, e lui ce l’ha…

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Jason Forbus, La rivolta degli scheletri nell’armadio, Ali ribelli

Lettura per adulti e non soltanto per ragazzi (certo, almeno i ragazzi che sappiano leggere – che sappiano scorgere in quel che leggono non soltanto la storiella, la trama, il finale stravagante): La rivolta degli scheletri nell’armadio è un libro pensato e costruito nella sua struttura perché abbia un senso, perché dia un senso a quel che sembra non averne. La rivolta degli scheletri nell’armadio ovviamente non esiste in realtà (anche se a qualcuno ogni tanto gli rumoreggia l’armadio, se non lo tiene in ordine o lo riempie troppo)… Eppure, la vicenda surreale che inventa e racconta Jason Forbus fa pensare che potrebbe accadere – o magari accadesse davvero! Gli scheletri e gli altri (peraltro simpatici) mostri che popolano le pagine di questo libro possono – mutatis mutandis! è proprio il caso di dirlo – rappresentare i reietti e gli offesi, i diversi e gli oppressi che vediamo ogni giorno, o dei quali abbiamo notizia. Difficile identificare chi potrebbe nascondersi dietro i personaggi creati da Forbus (peraltro si avverte la lezione della grande tradizione del pamphlet politico inglese): troppo personaggi funzionali alla storia e troppo poco figure di persone riconoscibili. Ma nell’insieme la verosimiglianza esiste: gruppi di sfruttati potrebbero davvero organizzarsi (e chissà unirsi ad altri) per ribellarsi ad un sistema che li ghettizza. Forse nel libro romanzesco che Forbus ci propone è azzardato cercare simili suggestioni, o suggerimenti, ma pure è possibile immaginare panorami socio politici – nemmeno tanto distanti da noi – ai quali somigliare gli episodi qui sviluppati con dovizia di particolari e dettagli psicologici. Il giovane autore, in vista dei trent’anni ma già da un po’ di anni attivo nella diffusione di idee originali e provocatorie, alla sua prima prova di ampio respiro, mostra di avere il fiato per tenere il passo e senz’altro non si fermerà. Avendo al suo attivo anche la frequentazione del mondo poetico, resta da vedere quale strada vorrà percorrere e con quali frecce alimenterà il suo arco. Certo, conviene fare attenzione: gli scheletri del suo armadio sembrano pronti a dare battaglia per far valere i propri diritti di uguaglianza sociale – e Jason Forbus non sembra tipo da lasciarli soli.

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Jason R. Forbus, Cantasogni,  Ali ribelli

Suggestiva e illuminante, l’apertura di questo Cantasogni:  fin dall’inizio, si presenta chiaro il cammino che faremo leggendo, ri-vivendo le parole/sogni del poeta Forbus. “Anno di un domani incerto” si augura “ricordami ancora di quei giorni […] quando le speranze erano acerbe e i sogni maturi”. È una finzione leopardiana (probabilmente anche inconsapevole), ma va oltre il naufragare, per quanto dolce, oltre la siepe dei ricordi. Forbus qui propone una lezione esistenziale che si fonda – beato lui – ancora su brevi tempi di memoria, mentre avanti “ci chiama” un lungo viaggio da sognare prima ancora di arrischiarsi a viverlo. Sta crescendo, il poeta appena trentenne che dipingeva “il blu silente”, già peraltro autore di varie prove letterarie (narrativa e grafica sono i campi nei quali a preferenza si esprime, di là della poesia). Sta crescendo, Forbus, e questo Cantasogni lo mostra più attento ai mezzi espressivi e acceso di volontà comunicativa: asciutto il linguaggio, articolata la maniera del verso, convincente il messaggio, personale ma aperto a prospettive in cui non è difficile affacciarsi. Il gioco della doppia versione linguistica, congeniale alla sua natura di bilingue, aiuta a comprendere del poeta la versatile natura: sa esprimersi in entrambe le lingue che propone in questo piccolo libro (appena venti poesie) e si diverte a cambiare senso passando da una lingua all’altra, in qualche modo ri-creando il testo, a volte quindi ottenendo quasi una poesia nuova, per cui alla fine può presentarne anche più di quelle che sono qui raccolte – cambiando una parola, o un nesso sintattico, muta lievemente, ma cambia anche il senso di quello che scrive. Il risultato complessivo è godibile, da far subito desiderare una nuova prova poetica di uno scrittore che sta sicuramente affinando le sue capacità e sarà presto in grado di mostrarsi in altre vesti.

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 Emanuele Gaetano Forte, Rumore di cicale, Il Foglio

“Rumore di cicale”: il libro con questo titolo ha un vecchio televisore in copertina – potrebbe alludere al cicalare che oggi proprio alla televisione si rimprovera. Il fastidioso “rumore” che d’estate le cicale ci regalano è almeno indice di bella stagione, di aria aperta, di sole. Quello che emerge dalle dieci storie raccolte in questo libro del giovanissimo Emanuele Gaetano Forte è invece un rumore troppo noto per infastidirci, perché dovremmo ammettere di saper ancora provare un sentimento (il fastidio, appunto) per quello che d’altronde è il nostro mondo, il quotidiano bla bla che ci culla e ci ottunde. Il motivo conduttore di Rumore di cicale è infatti la riflessione a stretto raggio sull’esistenza (uno spaccato di vita provinciale che si fa comunque simbolo di condizione umana contemporanea). Che a riflettere in tal modo sia un ragazzo di vent’anni (e in chiave narrativa, agilmente variata) deve far riflettere anche noi. Che poi possa pensare che si possa (almeno cercare di) cambiare il mondo scrivendo un libro è ancor più sorprendente. Emanuele Gaetano Forte, appassionato e disincantato al tempo stesso, è capace di leggere nel mondo semplicemente quel che è, perché lo guarda con gli occhi del mondo (in soggettiva, si direbbe), gli occhi che il mondo sta dimenticando di avere, smarrito in un vortice di abitudini assimilate. Ci sono pagine qui di lancinante bellezza, di struggente slancio umano – magari mascherato da una freddezza che fa solo il verso all’indifferenza comune. Eppure non è difficile scoprire la cattiveria di un autore che – malgrado la giovane età – mostra una conoscenza delle cose della vita di sorprendente complessità. La sua capacità di analisi ha il pregio della chiarezza, senza fronzoli retorici. Ci sono figure in queste storie (resoconto di vita vissuta: difficile dire che “qualsiasi riferimento è casuale”) emblematiche e indimenticabili: come Federico (il piccolo grassottello innamorato perso che invano chiede a Gesu una grazia impossibile). L’apocalittica (profetica? chissà) “Ultima lettera” prepara la conclusione – è una conclusione. Anche se la fine del libro è segnata dalle terribili parole pronunciate da Esenin prima di suicidarsi (una citazione/ossimoro, perché vuole il contrario di quello che dice).

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Gabriele Frasca, Lime, Einaudi

Non parliamo più di moda o di facile gabbia in cui proteggere (o nascondere) una difficoltà di essere liberi – nel dettato poetico – e credibili al tempo stesso. Deve avere comunque un senso e una ragione il ritorno (ma se ne era mai davvero usciti?) alla forma poetica chiusa: probabilmente vi si tempra una giocosa abilità nel dover essere. Napoletano quarantenne, Gabriele Frasca ha all’attivo – oltre il lavoro di poeta – importanti prove saggistiche, a testimonianza del suo impegno e della fiducia nel dire che nel libro della bianca di Einaudi in varie misure si manifesta. C’è una sezione di sestine, una di Quartetti (quartine di versi a rima tronca), ci sono i sonetti e i trismi (novenari); e testi con traduzione in inglese e francese. Lo stesso titolo Lime, che allude all’antico labor che produce il giusto modus nella poetica classica, è ancora un gioco tra passato remoto, e prossimo, e presente, sperimentando il nuovo con i vecchi strumenti: I Need To Leave My Behind In The Past è un titolo che dice tutto, nella sezione facili rime. Un esempio soltanto (dai trismi): mi basta no ancora ridammi  / l’appena sottratto la pena  / del fatto che finge programmi / futuri trascorsi poi mena / invece di questo sottile / limare quel colpo di scena / che possa spezzare le file / di tutta la rabbia rimasta / nel mentre che il fondo più vile / ripete mi piace mi basta [1998]

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[481] Autori vari, Formia in giallo, Ali ribelli

Alla sua quarta edizione, il Concorso per racconti “gialli” ambientati a Formia, pubblica come sempre i sei finalisti in un volume da conservare. Inquietante anche la copertina firmata Renato Marchese, ma nelle edizioni Ali Ribelli la raccolta dei sei racconti ha un bell’aspetto. Gli autori antologizzati, quasi tutti alla prima esperienza narrativa, in realtà sono sette, poiché “Ritorno” è scritto a quattro mani, quelle di Silvana De Palma e Titti Corrado. Gli altri sono: “L’indagine del giovane Caio” di Antonio De Meo (formiano, vincitore con merito del concorso “Formia in giallo 2019”), “Nitrobacter Hormianus” di Francesco Di Chiappari, “Frammenti di ricordi” di Carmela Paone, “Problemi di toponomastica” di M.Rosaria Perna e “Sulle strade del mondo” di Maurizio Matrullo. Di lunghezza molto variabile (il più esteso è proprio quello che ha vinto) e di varia ambientazione, questi racconti interpretano liberamente il tema del concorso, oscillando dalla chiave delle memorie personali a quella scientifica e storica: l’archeologo De Meo, pur esordiente nella narrativa, costruisce una credibilissima vicenda con personaggi della storia romana realmente vissuti a Formia (Cicerone, Mamurra), squadernando una documentata conoscenza del territorio, della società romana augustea, della cultura latina. C’è chi unisce alla vena “gialla” anche un pizzico di amara ironia, come si avverte nei “Problemi di toponomastica” e nel “Nitrobacter Hormianus”; chi fa prevalere una malinconica nostalgia per la Formia che non c’è più – e si leggono diversi esempi di “quant’era bella Formia una volta”. In definitiva, oltre ad essere una raccolta da leggere per scoprire “come va a finire” una storia, questo libro può leggersi per avere un quadro socioambientale su cui riflettere: con più o meno intenzione, gli autori dei sei racconti propongono uno spaccato del tessuto umano formiano molto realistico. Le vicende narrate, d’altronde, inventate o meno, potrebbero accadere anche altrove, ma qui si coglie (al di là dell’impostazione “gialla” che in effetti non è dominante) il respiro dei luoghi, e della gente, in un comune desiderio – negli autori tutti – di rendere omaggio a una terra, a una città. E forse lo scopo del Concorso, curato dall’Associazione “Formia Turismo”, è proprio quello di richiamare l’attenzione, più che sulla semplice dimensione agonistica della scrittura, sulla necessità di non distogliere lo sguardo dai problemi di gestione di un complesso microcosmo ricco di testimonianze storiche e culturali [2019].

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